ROBERTO ZANETTI

MARIO PILATI


I curatori di questo sito (Laureto Rodoni e Laura Esposito Pilati) ringraziano di cuore il professor Roberto Zanetti per aver gentilmente concesso l'aurorizzazione a pubblicare questo testo, tratto dalla monumentale opera La musica italiana del Novecento, Bramante editore, 1985, VOL. II, pp. 952-954.

E veniamo a quello che forse è il più pizzettiano dei compositori che operarono tra le due guerre, Mario Pilati. Musicista, s'è detto, che non fu direttamente allievo del parmense, ma che fu a stretto contatto con questi durante gli anni che trascorse a Milano come insegnante di tale Conservatorio (1926-30), allora retto proprio dal Pizzetti. Poco più giovane degli autori che abbiamo fin qui menzionato - essendo nato nel 1903 - il compositore napoletano scrive i suoi primi lavori nel 1921, affrontando anch'egli, come imponeva la moda musicale di quegli anni, la lirica: segnatamente quella, su testi esotici (come le Dos canciones espanolas), ma anche quella su testi italiani (come Purificazione e Dialogo di marionette, entrambe del 1922). Seguono 6 Madrigali per coro a quattordici voci, su antichi testi (1922-25), forse il primo segno evidente dell'assimilazione di modelli pizzettiani. Che poi si riconfermano e si perfezionano in un successivo lavoro per soli, coro e orchestra, Il battesimo di Cristo (1923-27), l'episodio evangelico che assieme al poco più tardo Salmo CXXXIII per due cori a otto voci (1925) rappresenta, forse al miglior livello, la produzione non strumentale del Pilati. Ché, difatti, Pilati è soprattutto un autore strumentale e cameristico, più esattamente, anche se parte della sua produzione si ricollega ancora alla lirica, appunto espressione cameristica, intimistica.[1]
Le sue prime affermazioni pubbliche avvengono con brani strumentali, quali il Notturno per orchestra (1923), eseguito a Napoli sempre nel 1923 sotto la direzione dello stesso Pilati, e la Suite per orchestra d'archi e pianoforte (1924-25), presentata al Teatro Civico di Cagliari nel maggio 1925 [2]. È questo anzi il brano che rivela al mondo musicale italiano il giovanissimo compositore: Casa Ricordi ne assume la proprietà, mentre il brano viene diffuso in audizioni pubbliche importanti, tra l'altro all'Associazione «A. Scarlatti» di Napoli, nel marzo 1926, alla Mostra del Novecento di Bologna nel 1927, all'Augusteo nell'aprile 1928.
La Suite, costituita da quattro tempi (nell'ordine Introduzione, Sarabanda, Minuetto in rondò, Finale), s'iscrive nel clima neoclassico che ormai andava estendendosi anche al nostro paese, ma vi aderisce in maniera tutt'altro che superficiale e scontata. Per meglio esemplificare, l'Introduzione è lavorata in maniera volutamente tronfia, così da assumere una dimensione massiccia e pretenziosa ch'è poi esplicitazione di un voluto atteggiamento ironico. Per contro la Sarabanda possiede una rara delicatezza, che accompagna incessantemente il dialogo malinconico tra gli archi e il pianoforte. Un avvio raveliano singolarizza il Minuetto, che finisce per assumere a sua volta atteggiamenti ironici, fino a un vero e proprio arguto motteggiare con il quale avviene il trapasso al finale, sorta di rondò a sua volta, che conduce alla ripresa del gesto esageratamente maestoso dell'Introduzione. Vi sono svariati elementi che riferiscono di una personalità ben individuata, forte e sicura: e specialmente la condotta armonica, nella quale però molto discende dal mondo pizzettiano, come il particolare impiego del diatonismo e l'allineamento di blocchi tonali liberamente disposti; ma anche la ricerca timbrica che è singolarizzata dall'organico prescelto e che comporta risultati fonici di suggestiva riuscita, di magica incorporeità - come in buona parte del Minuetto e del Finale.



MARIO PILATI (a destra) CON IL COMPOSITORE ALFREDO SANGIORGI

Si può conferire il significato di momento unitario a quello che vive la produzione del Pilati tra il 1926 e il 1932 (anni che coincidono col suo soggiorno milanese, pressappoco), e che ha come comune denominatore il suo cimentarsi con le forme che prendono a spunto la sonata. È un momento che comprende una serie di lavori a cui la critica - e, occorre precisare, anche lo stesso autore - assegnò un preciso rilievo nella moderna storia della musica italiana. In ordine cronologico i lavori sono: la Sonata per flauto e pianoforte (1926), il Quintetto in re con pianoforte (1927-28), la Sonata in fa per violino e pianoforte (1928-29) e quella in la per violoncello e pianoforte (1929), il Quartetto in la per archi (1931), il Concerto in do maggiore per orchestra (1931-32). La solida, piacevole Sonata flautistica e il Quintetto sono forse le composizioni in cui il neoclassicismo risulta più fedelmente seguito e così lo stile pizzettiano. Tanto è vero che un critico poteva scrivere [3]:
[...] spunta Pizzetti un po' ovunque: così da non potersi vedere la fisionomia di Pilati, che resta tuttavia una bella promessa... (per) il discorso logico e disinvolto, armonicamente spontaneo, i temi elaborati con gusto e perizia... (per) la sicurezza di mano, la simpatica sincerità d'espressione, la saldezza nell'architettura e la sicurezza nel rendimento strumentale.
Nelle sonate successive, al contrario, si accentuano i caratteri romantici, nel contempo facendosi notare una certa assimilazione di elementi popolari che allora si vollero definire lombardi (essendo. come precisato, Pilati allora a Milano). Più avanzato linguisticamente il Concerto in do per orchestra, presentato a Venezia da Mitropoulos nel corso del Festival veneziano del 1938, dopo aver procacciato al Pilati un ennesimo premio, quello di un concorso indetto dalla Compagnia degli Artisti di Napoli [4]. Nel Concerto si realizza un discorso lucido e espressivo che allora si disse italianissimo, prodotto tipico della terra d'origine del Pilati, anche se ad esempio l'ultimo tempo risultava essere un Rondò alla tirolese. Vi risulta comunque temperata l'influenza pizzettiana e così pure quelle tracce di ravelismo che ricorrevano nella Suite.
E per contro, a partire da questo momento, si irrobustiscono gli umori popolareschi che il Pilati riesce ad assimilare e a porre alla base della sua inventiva. Umori però desunti dal mondo popolare napoletano, come si possono trovare evidentemente nei tre pezzi per viola e pianoforte Preludio, aria e tarantella (1930) [5], ma portati a un livello di elementi davvero fondamentali, lavorati con consapevolezza stilistica nelle 4 Canzoni popolari italiane per piccola orchestra (1933) e nei coetanei Echi di Napoli per canto e pianoforte (1933) o orchestra (1935), su poesie popolari, certo il suo miglior lavoro degli ultimi anni e una delle più genuine ricreazioni del mondo musicale e sentimentale popolaresco [6]. Ha scritto, riferendosi appunto agli Echi, il Gavazzeni [7], che in essi vi sono «canzoni che non si dimenticano per il loro senso realistico, per la scrittura che marca lo stile e gli dà determinatezza e valore d'arte».



MARIO PILATI A CAGLIARI (1925-26)

Alle composizioni che siamo andati enucleando non c'è molto altro da aggiungere. Poco tempo ancora e il compositore moriva prematuramente, lasciando anch'egli - come già per il più giovane Giovanni Salviucci, morto trentenne nel 1937 - l'impressione generalizzata di un talento promettentissimo che non aveva avuto il tempo d'esplicarsi completamente. Possiamo soltanto avanzare la notizia relativa al lavoro a cui Pilati si applicò negli ultimi anni: un'opera in tre atti d'ambiente napoletano, di cui gli riuscì di terminare solo l'atto iniziale. Ma è un segno di più per valutare quel suo rinchiudersi nell'esperienza popolaresca, dopo aver partecipato alle esperienze neoclassiche e al moderno rilancio sonatistico.

NOTE

[1] Ecco, in breve, la produzione lirica del musicista in ordine cronologico. 1924: Ninna nanna su poesia popolare trecentesca; Lettera amorosa su testo del Di Giacomo; 3 Canti su antiche poesie popolari napoletane per canto e orchestra (Calasciuncello, Canzone a dispetto, Si moro); 2 Epigrammi su antichi testi napoletani, pure per canto e orchestra (Che bella cosa de murire acciso e Magnammo, amice mièje); Ninna nanna funebre su testo di S. Satta. 1926: Lunella su testo di D'Annunzio; Deux Balladettes su testi di C. Altucci; La sera su testo di Fogazzaro, poemetto lirico per voci femminili e orchestra. 1927: Soneto XV della Vita nova. 1932: 2 Madrigali del Guarini. 1933: Echi di Napoli su antichi testi popolari (poi trascritti per canto e orchestra nel 1935). 1934: La tartaruga su testo di Trilussa; Amore su testo di Cardarelli.
[2] Pilati vinse in quegli anni svariati premi in concorsi nazionali e internazionali, a partire da[ Concorso «V. Bellini» del 1926, con il poemetto lirico La sera, e dal Concorso Coolidge , del 1927, con la Sonata per flauto e pianoforte, e fino al Concorso «Rispoli» del 1928 con il Quintetto, opera con cui si affermò completamente.
[3] Citiamo dalla recensione apparsa sulla «Rivista musicale italiana», fasc. I, 1931.
[4] Il Concerto ebbe buona diffusione, negli anni successivi. Tra l'altro venne ripreso dal Weingartner a Napoli, pochi giorni prima della morte del Pilati, avvenuta il 10 dicembre 1938. Citiamo ancora una successiva ripresa, stavolta diretta dal Pizzetti, a Torino, il 6 gennaio 1939, ripresa che ebbe preciso significato di commemorazione.
[5] Trascritti poi per orchestra, i tre pezzi furono presentati da Victor De Sabata all'Augusteo nel 1933.
[6] I quattro brani sono: Canzone a ballo, Filastrocca con variazioni, Il ritorno dalla mietitura, L'addio. In «prima assoluta» le 4 Canzoni furono eseguite nella Sala degli Artisti di Napoli, nel 1933. In seguito Pilati ne stese una versione per quartetto d'archi, legni, tromba e arpa (1936).
[7] Gli Echi di Napoli constano di otto brani, nell'ordine: Riccio riccio ricciolà, O vico, Serenata, Palummella de Francia, Divuzzione, Chi dice?, Palazzo d'ammore, Tammurriata.
[8] G. GAVAZZENI, Mario Pilati, in «Musica d'oggi», n. 1, 1939, pagg. 10-13.

[9]: pag. 596 « Napoletano etc….jusqu’à la fin : « Morì giovanissimo etc… »
[10] – pag. 930 […]  alla generazione che abbiamo esaminato nel precedente capitolo […] seguono appunto nel modo di nuove ondate, più ravvicinate, le giovani e giovanissime forze che ora studieremo. Tra i primi ad emergere  di queste nuove leve Vittorio Rieti, […] Mario Labroca, […] Antonio Veretti, […]  e Virgilio Mortari, allievo di Pizzetti. A questi poi aggiungiamo un pizzettiano, Mario Pilati, che non fu però allievo del parmense, bensì di formazione napoletana, allievo del Savasta.  […]
[11] pag. 930 nota 5 – «  Il Pilati fu senz’altro il miglior prodotto dell’ambiente napoletano del dopoguerra. Alla scuola del Savasta crebbero anche Renato Parodi, Achille Longo, Barbara Giuranna (che poi studiò anche col Ghedini) e Terenzio Gargiulo.”
[12] pag. 527 […] Al IX Festival (Simc n. d. r), svoltosi a Oxford e a Londra nel 1931, vennero invece proposti la Rapsodia per orchestra di Virgilio Mortari e il Quintetto con pianoforte di Mario Pilati […]
a pag. 529-30 si legge il prospetto elaborato dal Casella con le date relative agli esordi in manifestazioni di rilievo e nei Festival SIMC: per Pilati si citano le date 1925 e 1931. 
[13] pag. 596 – Riprodotto il programma del concerto diretto da Sergio Failoni,  alla Mostra del 900 italiano del 7 aprile 1927 al Teatro Comunale di Bologna dove, con opere di Alaleona, Cattozzo, Agostini, Pick-Mangiagalli, Copertini, Mulè, Ravasenga, Tommasini, figura Mario Pilati con la Suite per archi e pianoforte di cui è anche solista al pf. 
A pag. 601 Zanetti afferma che la Mostra bolognese ebbe un successo unanime quanto alla messa in valore di giovani compositori emergenti (pag.602) […] E di quei giovani ancora unanimamente si segnalavano particolarmente Ghedini, Rocca, Pilati e Rieti, quattro personalità molto diverse esplicative di un arco di tendenze ampio e promettente. […] E poi, continuando nella stessa pagina, cita la successiva Mostra, organizzata a Roma nel 1930 dal Sindacato Nazionale Fascista dei Musicisti a cui Pilati partecipò con  il suo Quintetto in re con pianoforte.
Per quanto riguarda i Festival veneziani, (pag. 616) Pilati vi fu invitato per uno dei due concerti di tutta musica italiana del 1932, quello dell’11 settembre dove, insieme a lavori di Castelnuovo-Tedesco, Wolf-Ferrari, Davico, Sinigaglia, Pedrollo, furono eseguite le sue Quattro canzoni napoletane per canto e quindici strumenti.
L’ultimo Festival di Venezia a cui partecipò Pilati nel 1938, con il Concerto in do per orchestra diretto da Dimitri Mitropoulos fu anche la sua ultima occasione di successo, prima della sua prematura morte soltanto pochi mesi dopo, il 10 dicembre 1938.

Napoletano (16 ottobre 1903), Mario Pilatí era stato allievo di Savasta nel Conservatorio della sua città. Aveva poi svolto attività didattica a Cagliari (1924-26) e Milano, ma rientrò in seguito a Napoli (1930). Aveva esordito nel primissimo dopoguerra come compositore, ma aveva ottenuto i primi importanti risultati conseguendo alcuni Premi in concorsi di composizione, tra cui il Concorso Coolidge 1927 con una Sonata per flauto e pianoforte. La Suite per orchestra d'archi e pianoforte risaliva al 1924-25, ed era già stata presentata dall'autore in un concerto tenutosi al Teatro Civico di Cagliari nel 1925. Morì, giovanissimo, il 10 dicembre 1938.