SERGIO MORA

SUITE PER PIANOFORTE E ORCHESTRA D'ARCHI *

Vedi anche la scheda di Adriano

Se esaminiamo la realtà musicale italiana dei nostro secolo, è doveroso ricordare le molteplici scuole compositive che hanno determinato la nostra evoluzione estetica da Ildebrando Pizzetti a Luciano Berio.
Centri promotori della nostra cultura musicale sono stati i conservatori di Milano, Roma e Napoli. Personalità didattiche di estrema permeabilità culturale hanno ispirato generazioni intere di giovani compositori, costituendo una realtà artistica variegata ed intrigante, specchio fedele delle molteplicità di gusti e tendenze di questi anni.
Mario Pilati (Napoli 1903-1938) è il prodotto genuino di una musicalità sorgiva che, tramite la figura dell'illustre didatta e compositore Antonio Savasta (1874-1959), docente dei Conservatorio S. Pietro a Majella di Napoli, ha potuto trovare tutti gli stimoli e gli strumenti pratici per esprimersi nella sua totalità.
Dapprima autodidatta, musicista d'istinto che aveva vergato quaderni zeppi di musica allo stato puro, Pilati, dopo aver conseguito il diploma di ragioneria per volontà dei genitori, acquisì nella sua città natale tutte le certificazioni accademiche necessarie per svolgere al meglio la sua missione musicale. A sua volta insegnante di grande levatura, Pilati tenne cattedra presso diversi conservatori della penisola fra cui Cagliari, Napoli, Palermo.
Personalità poliforme, aggiornata su tutto ciò che di musicale avveniva nel mondo, Pilati rimane debitore di immortali ricordi d'amicizia e studio tramite la penna di Gianandrea Gavazzeni che, in un certo senso, fu suo allievo a titolo privato.
Interessanti a tale proposito il ricordo di Pilati stilato nel volume «Il suono è stanco» (1950) e le fuggevoli immagini di gioventù nel più recente «Scena e retroscena» (1994). Pilati fu un compositore molto eseguito e stimato da musicisti italiani e stranieri. Direttori d'orchestra come Victor de Sabata, Felix Weingartner e Dimitri Mitropulos tennero in repertorio la sua musica.
Nel 1927 gli fu insignito il prestigioso premio Coolidge, esempio tangibile di come, fra le due guerre, si incoraggiasse la musica contemporanea ad opera di munifici personaggi dell'aristocrazia industriale.
Nel 1925, durante il soggiorno cagliaritano, Pilati compose questa Suite per pianoforte e orchestra d'archi, dedicandola a Renato Fasano che la tenne a battesimo nella stessa città il 30 maggio 1925, con l'autore sul podio. L'opera piacque subito al pubblico e alla critica ed ebbe numerose esecuzioni, talora con il medesimo Pilati al pianoforte.
Definito pittorescamente «Barocco napoletano» da Gavazzeni, lo stile di Pilati è di difficile classificazione: ricco di influenze europee (Ravel e Hindemith), dotato di una scrittura molto densa e vivacizzata da sottolineature timbriche, il suo ambito specifico è una sorta di «neoimpressionismo» aperto alle lucentezze solari del bacino mediterraneo.
Questa «Suite» è, di per sé, un esempio abbastanza tipico: l'
Introduzione ha un carattere austero, energico e 'motorio', sviluppatissima nel ruolo solistico. Dopo una Sarabanda di grande sviluppo strumentale, non immune da un tocco di virtuosismo, segue un Minuetto in Rondò fittamente caratterizzato dall'aggancio strenuo fra pianoforte e orchestra. Il Finale sviluppa il magistero contrappuntistico del compositore napoletano, sciogliendo il 'groppo' discorsivo in una 'chiusa' trascinante ed euforica.
Pura invenzione musicale, adescata da sagaci pretesti timbrici e ritmici, è la composizione del giovane Pilati, uno dei suoi lavori più spontanei e felici, mescolata da piccole 'zone d'ombra', quei 'barocchismi' irrisolti, gettati là come un enigma stilistico, non del tutto assimilati ad un facile 'neoclassicismo', il mistero nostalgico di una vita presto troncata che ancora sa interrogare la nostra sensibilità.
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