CORRIERE DELLA SERA
6 settembre 1938
Anno XVI

IL VI FESTIVAL DI MUSICA

IL CONCERTO SINFONICO INAUGURALE

Venezia 5 settembre

Si è cosi iniziato questa sera, al teatro La Fenice per la terza volta rinnovato, il sesto Festival internazionale di musica contemporanea.
Il concerto era orchestrale: completa orchestra sinfonica oppure orchestra da camera, una volta con la partecipazione d'una voce umana, un'altra con quella d'un pianoforte concertante. Allineava le musiche nuovissime o nuove per l'Italia di cinque autori: tre italiani,
Giuseppe Rosati, Ettore Desderi e Mario Pilati, e due stranieri: il brasiliano Heitor Villa Lobos e il nord-americano Leo Sowerby. Tutti escluso il Desderi e ad onta delle molte legittime speranze deluse, già passati al vaglio è di queste musicali manifestazioni periodiche.

L'onore di dar fiato alle trombe toccò stavolta al giovane compositore Rosati. Suo il pezzo d'apertura: una Sonata per orchestra, in due tempi, Largo e Presto. Più interessante il Largo, costruito sopra uno sfondo di pacata religiosità, e con violente increspature drammatiche o profonde distensione elegiache, e con notevole copia di episodi strumentali apparentemente e distratti dal concetto architettonico del lavoro. In suo confronto il Presto è sembrato piuttosto convulso e disorientato, ritmicamente irrequieto e strumentalmente gonfio di fastidiosi timbri pianistici e di duri sforzati degli ottoni. La Sonata è tuttavia piaciuta all'uditorio, che ha accolto anche l'autore chinato al proscenio, con cordiali applausi.
Dopo Rosati, il brasiliano Villa Lobos se ne usciva con una Suite Bachianas brasileiras per orchestra da camera che tradiva nel titolo, le intenzioni di sposare alle caratteristiche dell'arte di Bach i ritmi e gli accenti della musica popolare del Brasile. Impresa difficile, si vede, tanto è vero che nelle quattro parti della colorita Suite neppure l'ombra dello stile bachiano ha mai fatto capolino, sebbene vi spuntassero sovente, in quella vece, i ricordi di Wagner, per non dire di gente di casa nostra a noi vicina nel tempo. Lavoro comunque piuttosto arido, questo, d'un'aridità abbastanza mascherata dalle reminiscenze specialmente romantiche e dagli spunti di colore già messi in voga, con ben altri risultati da De Falla.
Un ospite dell'Accademia americana di Roma, Leo Sowerby, con il Secondo concerto per pianoforte e orchestra - ottimo pianista l'americano Joseph Brinkmann - saltava in campo a sua volta, palesando sin dalle prime battute elegante disinvoltura e quella festosità brillante come di scampanio, ma tersa ed equilibrata, che ci è sembrato mancare nelle pagine precedentemente ascoltate. Se non fosse stata una certa prolissità a svuotar di pensiero la parte centrale del Concerto, che risultò così sproporzionato ai plastici nuclei tematici, ci saremmo forse arrischiati di definire questo pezzo il piú armonioso e piacevole della serata.
Ettore Desderi, severo e impettito, offriva subito dopo l'intervallo un esempio di meditata serietà costruttiva e di bella scrittura: scrittura ordinata, precisa e un poco pomposa. La nobiltà del suo Salmo n. 87 per baritono e orchestra. Veramente bravo il Reali nella voce solista - nobiltà di sobria modulazione e di lirìca, severa sostenutezza, era quale desiderava il testo medesimo del «Salmo». Direi che un verso per tutti «exclamatus sum et conturbatus», rispecchiasse bene, letteralmente, le graduate espressioni musicali del poema, le sue spesso violente oscillazioni di intensità, anche il vigore e la compostezza delle frequenti metamorfosi foniche e strumentali.
Finalmente chiudeva il lungo programma un Concerto in do maggiore per orchestra di Mario Pilati, in tre tempi. Imponenti per elaborazione, quasi massicci i primi due: l'Allegro e l'Adagio, ove la sovrapposizione dei disegni è sapiente e marcata; la discorsività melodica e prevalentemente canora e contrappuntistica usa dei mezzi sonori e sovrabbondanti e denota la volontà di non tralasciare nulla che abbiano insegnato le nostre buone tradizioni antiche e la più progredita tecnica moderna.
Maggiormente svagato, perfino frivolo, con un piglio canzonatorio e pittoresco, riuscì invece il terzo tempo Rondò alla tirolese, pagina scorrevole, ma comoda, siccome l'esercitazione d'uno spirito osservatore che si riposa dopo le fatiche della creazione.
Anche il Concerto di Pilati è stato assai gradito, così come lo furono le composizioni di Deaderi e Sowerby. oltreché la Suite di Villa Lobos; composizioni che hanno procurato agli autori presenti ed evocati alla ribalta le calorose approvazioni dell'uditorio.
Il pianista Brinkmann e il baritono Reali hanno pure bene meritato le simpatiche accoglienze del pubblico. Soprattutto il maestro direttore e concertatore Mitropulos, colto e fortissimo musicista, è stato oggetto di particolari, insistenti acclamazioni elargitegli senza risparmio dopo ciascuna esecuzione.