GIACOMO SAPONARO

MARIO PILATI

QUARTETTO IN LA
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QUINTA RASSEGNA INTERNAZIONALE
DI MUSICA CONTEMPORANEA





Nacque a Napoli nel 1903, compì i suoi studi musicali nel Conservatorio di «S. Pietro a Majella», sotto la guida di A. Savasta, diplomandosi in composizione nel 1923. Dotato di un ingegno eccezionalmente vivace e robusto, si affermò ben presto tanto nel campo dell'insegnamento, cui si sentiva chiamato per vocazione, quanto in quello della composizione, nel quale conseguì rapidamente risultati brillanti. Dopo avere insegnato nel giovine Istituto Musicale di Cagliari, e dopo una parentesi milanese quanto mai ricca di esperienze, tornò a Napoli nel 1930, insegnante di Armonia e di Contrappunto in quello stesso Conservatorio che lo aveva già avuto come allievo. Nel '34, in seguito a concorso, si trasferì a Palermo per ricoprire la cattedra di Alta Composizione in quel Conservatorio «V. Bellini», e nell'autunno del '38 ritornava ancora a Napoli per occupare lo stesso posto nel glorioso «S. Pietro a Majella». Intanto la sua forte fibra veniva piegandosi sotto l'azione di un male che lo insidiava già da due anni, e che il 10 dicembre scorso lo strappò alla vita: quella vita, cui il Pilati aveva cercato di aggrapparsi con tutte le sue forze, nella speranza, sopratutto, di dar corpo ai fantasmi che urgevano alla sua fertile fantasia.

Il Quartetto in La, che oggi si esegue, è uno dei frutti più maturi dell'arte di Pilati. Composto nel 1931, dopo il primo ritorno a Napoli del suo autore, esso sta fra il Concerto in Do magg. per orchestra, e l'opera di soggetto napoletano, cui già il musicista pensava intensamente in quell'epoca. La scrittura nitidissima, nemica per ciò stesso di ogni approssimazione, la plastica incisività dei temi, la rigorosa sintassi dei pensiero musicale, snodantesi, ciò nonostante, in un discorso fluido ed abbondante, fanno di quest'opera una delle più significative della produzione quartettistica contemporanea. Inoltre, quel che più conta, c'è in queste pagine come un accento nuovo, un tono piano, narrativo e quasi domestico, un vagheggiamento di vecchie forme - certi atteggiamenti chopiniani o verdiani nel secondo tempo e nell'intermezzo - per cui un sottilissimo filo di ironia, appena affiorato tosto sfuma in un sorriso velato di dolce melanconia.
Gli spiriti della polemica si sono placati, certe turgidezze giovanili dell'espressione sono rientrate, componendosi in una calma interiorità indice di una raggiunta «saggezza» tuttavia ricca di ardore giovanile; si sente che ormai il canto liberatore è alle porte, e che esso si concreterà in risultati maggiori, non appena l'Artista avrà trovato da incanalarlo in forme più adeguate. Dopo il «Quartetto», infatti, l'Autore fa convergere tutte le sue energie al problema espressivo dell'opera: quell'opera napoletana [Piedigrotta] di spiriti e di mezzi, che doveva costituire, nell'intenzione del musicista, come un filiale omaggio alla sua patria, considerata come l'incarnazione del tipo classico di bellezza italiana e mediterranea; quell'opera di cui, purtroppo, il solo primo atto è compiuto, ma che, racchiudendo il meglio del mondo artistico di Pilati, merita senz'altro di esser fatta rivivere attraverso l'esecuzione.