ROBERTO ZANETTI

VOL. I, p. 610
VOL. II, pp. 915-916

MARIO PERSICO




[...] Mario Persico [è] nato a Napoli l’1 dicembre 1892, e dunque appart[iene] alla generazione dei Ghedini e dei Rocca. Aveva studiato a Napoli con Savasta, diplomandosi nel 1920, nel contempo laureandosi in giurisprudenza. Si era segnalato come autore teatrale, vincendo nel 1922 con l'opera Morenita il Concorso Lirico Nazionale del Sottosegretariato di Belle Arti. Dopo questo lavoro (rappresentato a Napoli nel 1923), aveva scritto un nuovo lavoro teatrale, La bisbetica domata (Roma, 1931), nel frattempo dedicandosi anche ad altri settori compositivi.

[...] Mario Persico, [...] a differenza di molti, vantò il favore del pubblico per tutto il periodo intercorso tra le due guerre. Il suo primo lavoro, premiato al Concorso del Sottosegretariato per le Belle Arti, fu subito salutato da accoglienze calorosissime al suo comparire al San Carlo di Napoli, il 19 aprile 1923. Morenita, questo il titolo dell'atto unico su libretto di Luigi Sbragia, era un dramma passionale, d'ambientazione esotica (nel Messico), con personaggi sanguigni. Un'occasione per scrivere un tipico lavoro nel solco post-verista, senza particolari pregi, anche se condotto con indubbio intuito drammatico-musicale. Una svolta nella tradizione italiana della commedia post-falstaffiana - sempre più ricorrente dal tempo del Gianni Schicchi di Puccini - viene suggerita al Persico dalla scespiriana Bisbetica domata, quattro atti su libretto del Rossato, portata in scena all'Opera di Roma il 12 febbraio 1931, che permise al musicista di mettere all'attivo un altro consistente successo. C'è qualcosa che rievoca il falstaffismo di tanti autori dell'epoca, tutto in superficie, con un declamato abbastanza rigido e monocromo, anche se con un certo procedere drammatico nella condotta orchestrale. Ma nulla di più.
L'ultima opera del Persico, La locandíera, sul pomposo libretto che Mario Ghisalbertí aveva derivato dal Goldoni, apparve sulla scena sempre dell'Opera di Roma, il 17 marzo 1941, interpretata da un cast d'eccezione che riferisce certo della sopravvalutazione che pubblico e organizzatori teatrali portavano al musicista [1]. Qui il falstaffismo si mette dichiaratamente sul piede dello strapaesano e porta in primo piano (come avviene realmente proprio in apertura dell'opera, con fare pertanto davvero programmatico) le stornellate e un generico clima operettistico: è dunque da ritenersi un esempio indubbio di quel gusto per il popolare di bassa lega che negli anni Trenta era divenuto moda tra operisti e strumentalisti. [2]


[1] Sotto la guida di Oliviero De Fabrítiis, cantarono infatti Mafalda Favero (la Locandiera), Ferruccio Tagliaviní (Fabrizio), Mariano Stabile (Cavaliere di Ripafratta), Tito Gobbi (Conte d'Albaforte) e Italo Tajo (marchese di Forlimpopoli).

[2] Persico compose anche musica strumentale da camera e musica sacra, senza particolari meriti. Si ricorda comunque un suo Stabat mater per coro e orchestra, composto nel 1946, che la critica valutò con un certo interesse.
____________________________________________________________________________________