GIANANDREA GAVAZZENI

RICORDO DI MARIO PILATI

Il suono stanco
Bergamo 1950
pp. 301-306

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A trentacinque anni, è morto a Napoli, nella prima metà del dicembre 1938, Mario Pilati. Era tornato nella sua città nativa per occupare la cattedra di composizione al Conservatorio San Pietro a Majella, dopo avervi occupato, anni addietro, quella di armonia e contrappunto, lasciando Palermo, dopo qualche anno passato là per insegnare la composizione al Conservatorio Bellini, Prima, appena ultimati gli studi napoletani (aveva iniziato tardi lo studio regolare e compiuto i corsi con estrema rapidità), era salito a Milano dove ebbe a svolgere notevolissima attività nel campo dell'insegnamento privato. E fu appunto nel periodo milanese, intenso di lavoro, di pensiero, di vita, che venne maturando un suo personale, realistico e fecondo metodo d'insegnamento della composizione.
Mi accorgo di essere venuto segnando dati schematici, secchi. Ma siamo stati vicini, Pilati, ed io, durante gli anni del suo soggiorno milanese (nel periodo che studiavo la composizione con lui) e dopo, sempre, negli incontri e nelle lettere; e troppo gli dovevo di insegnamenti, di incitamenti di aiuti, di continua assistenza, anche da lontano, da un capo all'altro dell'Italia, perché io debba segnare parole di elegia impossibili a scriversi, e neppure tentare una valutazione dell'opera sua didattica e creativa.
Nel ricordarlo, per richiamarne i caratteri (se pur ve ne è bisogno) a quanti gli furono amici, per descriverli a chi non li conobbe che attraverso le musiche, e magari anche in esse insufficientemente, devo quindi stare sul disegno, tracciandolo appena, per tornare con impegno critico, forse, un giorno, se il ricordo vivo e l'affetto ancora non impediranno analisi serena, e distaccata dal soggetto quel tanto necessario.
Chi voglia richiamare con esattezza la figura di Mario Pilati deve tener ben fermo che in lui l'impegno didattico e quello inventivo avevano la stessa importanza. Egli non insegnava soltanto per procurare mezzi di esistenza a sé e alla sua famiglia; insegnava per vocazione, e portando una freschezza e ricchezza di criteri, ed un magistero tecnico, veramente salutari e qualche volta decisivi per quanti ebbero la fortuna di averlo come maestro. Il compositore come «maestro » divenne presto per Pilati, dopo i primi anni di esperienze e di assaggi, un fatto concreto, vivo. Caso non certo frequente, oggi. Non perché manchi la pratica, ma perché spesso o manca il compositore, o manca il maestro. Qualche volta, infine, capita manchino tutti e due!
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Il linguaggio creativo di Pilati, invece, sembrava voler immedesimarsi anche di quel che il musicista sentiva di dover insegnare agli altri, di dover riflettere sugli altri, mediante illuminazione, cultura, esperienza di stile e di scritture. Meglio che di linguaggio, nel caso specifico delle musiche pilatiane, parlerei di pronuncia. Pronuncia che non vale soltanto come abilità di mano, proprietà di scrittura, ma dice qualcosa circa la coscienza, l'ipoteca morale messa su ogni pagina scritta. Questo è anche il lato singolare di Pilati. In quanto appunto la sua coscienza di musicista, meglio che riguardare la costituzione di uno stile punta interamente su quel che gli occorre per rivelarsi in notazioni compiute. Ed è ciò che vedi, nelle musiche di Pilati: torniture di scrittura, disegni ricchi, legature e festoni, sempre, ad ogni apertura di pagina. Spesso il gusto dominante è di un barocco romantico. Quel barocco meridionale pieno di estri cantanti e di slanci. Anche dove l'influenza, primamente, viene da Ravel: o dove, nel periodo del Quintetto per archi e pianoforte, e delle due Sonate per violino e pianoforte e per violoncello e pianoforte, è un pizzettismo largo e tumescente a vestirsi di sviluppi brahmsiani. Anche nella Suite per archi e pianoforte, nell'incrocio di voci antiche e nostre, e di francesismi appunto «alla Ravel», il gesto che dà il tono e lo scorcio e il nervo all'architettura, viene ugualmente compreso nello stesso barocco di marca romantica e meridionale. La natura di Pilati, napoletano di nascita e di studi, la sua cultura musicale fattasi su coscienze mature, esaurienti, portano a questa risultante. Ne viene fuori la scrittura ornata, la compiacenza del gesto eloquente. E la necessità di stare su un terreno tutto conosciuto, battuto palmo per palmo, di dichiararlo con parole chiare, sonanti, senza sperimentare zone nuove, selvatiche. Una tradizione, qui, tutta napoletana, che può continuare per diverse generazioni, per lunghi spazi di tempo. Vista proprio nel suo valore spaziale, senza doversi giustificare ed assommare in scadenze vicine, com'è invece necessario in tanti altri casi che passano tutti i giorni. Oltre che nella musica lo constatiamo nella pittura, nella poesia dialettale di un Di Giacomo, nelle discipline filosofiche, napoletane: insistere, allargare le macchie, espandere, applicare, tradurre alcuni termini fissi. Di conseguenza un atteggiamento così radicato come questo di Pilati fu visto un giorno, sotto un certo aspetto, in posizione reazionaria di fronte a taluni verbi del dopo guerra, pure ugualmente radicati in altre nostre tradizioni nazionali. Ma non ebbe mai il piglio voluto e vacuo di altri reazionari tetragoni e cocciuti che venivano fuori additando i loro prodotti con l'aria di dire questa è la vera musica italiana, e non altra. Per essere compresa in quella misura spaziale che tiene il barocco e il romantico, il napoletanismo e il naturalismo come elementi costruttivi, essa non è mai scesa alla polemica. E quindi rimarrebbe da discuterne anche la definizione reazionaria. Sopratutto perché Pilati, di certi verbi e di certi linguaggi, non si è mai trovato ad occuparsene a fondo. In una vera critica non ha mai avuto occasione di impegnarsi. Troppo gli stava a cuore, per esigenza che unisce anche qui il compositore ed il maestro, tutto un passato strumentale, specialmente strumentale, con suoi diversi fili da riannodare e disporre: da Cavazzoni a Brahms, dai modi dei primi organisti alle scritture per strumenti di Debussy e di Pizzetti. Il piacere di certa estrema facilità di mezzi espressivi gli veniva da altre strade che non da quelle reazionarie. Scendeva dritto dritto dal gusto della pronuncia ornata, della pagina a riboboli e ghirigori; da quell'impegno di cui ho già detto, che verte sulle esposizioni, su quel che si vede, piuttosto che sull'essenza di uno stile. Allo stesso modo diventa preziosa, lucida, un'armonia che qualche volta può anche non esulare dalla più scolastica e combinata ortodossia della Schola Cantorum di Parigi. Tutto ciò per sagacia di mano e per particolare posizione morale: la musica come evidenza di scrittura, come impiego di ornamenti e compitezza di segni. Il suono che accarezza il senso uditivo e appaga l'occhio di chi guarda, entro rarissime eleganze grafiche.
Ma il piacevole, in Pilati, viene anche dal sentimento pittoresco, da un napoletanismo di tinta antica; che sono elementi importanti di quella tradizione che gli ha dato vita. E quella sua tradizione gli fa nascere il «Quintetto» e le «Sonate» e il «Concerto» per orchestra, ma conduce anche al melos napoletano, nei pezzi napoletani per orchestra («Preludio - Aria - Tarantella»), e lo trovi prezioso, bulinato, qua e là crudo e realistico nei «Tre canti» e nei «Due Epigrammi» eseguiti al Festival Veneziano dei 1932; ma è pure effuso e arricciolato e descrittivo, in quegli azzeccatissimi «Echi di Napoli» per voce e pianoforte. Perché il senso nativo, i legami a tutto un ambiente di città marinara zeppa di figurette, di scenari, di tipi, non sono sentiti da Pilati secondo la cifra provinciale del color locale, ma rivissuti realisticamente, con gusto volta a volta carico o delicato, con tinte or cupe or festevoli. Invece della Napoli piedigrottesca, quella vera, reale, come poteva essere osservata traverso le scene della sua opera buffa settecentesca, o in quel suo mescolato romanticismo aristocratico e popolaresco, della prima vita ottocentesca. «O'vico», «Palumella de Francia», «Divuzzione», «Palazzo d'amore» - nella raccolta degli «Echi di Napoli» - rimangono immagini da ricordare. Indicano un costume nettamente caratterizzato; danno esatta, l'idea d'un'attitudine osservatrice e ricreatrice. Ed altri sviluppi restavano ancora da venire, forse i più importanti, con l'opera in tre atti di ambiente napoletano che Pilati stava componendo (è rimasto, completo anche nella strumentazione, il primo alto).
In definitiva è il succo morale che vien fuori dalle musiche del compositore napoletano: immergersi in una larga zona di anni andati, e considerare il presente, circa le ragioni creative, come contingenza troppo breve per essere assunta a norma di vita. Così nel pittoresco della narrazione, nella caricatura umoresca, negli archi d'una costruzione strumentale. Perché questo, ugualmente, risulta poi il nodo di quella tradizione napoletana entro la quale si giustificava tutto il musicista. (1939)