ANNUNCI DI MORTE E COMMEMORAZIONI


La Rassegna Musicale
Dicembre 1938 - XVII

Dopo lunga malattia è morto a Napoli, a 35 anni, Mario Pilati, insegnante di composizione, al R. Conservatorio di San Pietro a Maiella. La immatura fine di questo glorioso artista ci addolora come quella di uno dei nostri più fedeli amici di un tempo ormai lontano. Pilati fu per molti anni collaboratore della «Rassegna», e i nostri, lettori ne apprezzavano altamente le doti di scrittore arguto e di critico sereno e acuto. Vigorosa figura di musicista, egli una produzione abbondante e varia, nella quale sono evidenti i pregi dell'invenzione melodica e di una singolare capacità costruttiva: di essa ci riserviamo di riparlare prossimamente.


ORAZIO FIUME

IN MORTE DI MARIO PILATI

Quando un artista scompare tutti i polemismi si acquetano in quel mondo nel quale la Sua figura ha portato voci di entusiasmo o di discordanza. Non per umana pietà ma per uno di quei lampi lucidi che affiorando nella coscienza rendono l'uomo più buono, in questa sua bontà più vero.
Mario Pilati nel mondo della musica aveva portato non soltanto l'impeto singolare e ammirevole della Sua personalità, ma soprattutto delle doti morali che lo hanno fatto passare fra noi indimenticabile maestro.
Io che sono stato Suo allievo ho avuto l'inestimabile fortuna di entrare in pieno in questo Suo mondo morale e artistico, soprattutto perché essere allievo di Pilati significava essere in vicinanza continua e assoluta con Lui, in rapporti di calda comprensione: rara fortuna trovare in questa nostra seconda crescita una guida che riunisca in sé non solo le umane esigenze di affetto ma anche l'intelligenza chiarificatrice delle ansie e delle speranze nostre.
Per tanti anni così l'ho seguito in quella sua appartata quanto tenace fatica che la morte immatura doveva troncargli a mezzo: l'opera teatrale di ambiente napoletano cui attendeva da tempo.
Napoli era la fonte melodica delle Sue ispirazioni; una Napoli cui Egli più amorosamente si volgeva quanto più equivoco si faceva altrove lo stesso motivo ambientale. In questo clima nascevano: «Gli echi di Napoli» e «Preludio, Aria e Tarantella».
Nella musica moderna il Maestro era entrato con un sicuro senso di orientamento. Lontano, per temperamento, dalle elaborate e complesse tortuosità musicali, Egli ha operato con una conoscenza e una perfetta padronanza della tecnica più progredita; il suo giusto mezzo non era pavida virtù, ma chiara corrispondenza della sua personalità profondamente umana. Sicché troveranno giusta e onorevole collocazione nella musica odierna il Suo repertorio di musica da camera, dalla «Sonata per violino» alla «Sonata per violoncello», sino al «Quartetto», al «Quintetto», e il Suo repertorio di musica sinfonica, dalla «Suite» per pianoforte e orchestra d'archi al «Concerto in do» eseguito con vivo successo al Festival veneziano di quest'anno e recentemente a Napoli, per la direzione di Weingartner. Rimangono inoltre di Lui numerose composizioni per violino e per canto e pianoforte.
Ultima gioia del Maestro il Suo successo veneziano, gioia tanto grande quanto velata di triste presentimento perché già da un anno il grave male lo consumava lentamente.
L'ho visto poche settimane prima che si dipartisse nel letto che doveva essere quello della Sua morte ed io non dimenticherò più quel sentimento che ho provato nel lasciare, senza speranza di più rivederlo, Colui che per ben otto anni si era prodigato a tener desta la mi speranza. Egli mi dava ancora dei consigli e con una certa amarezza mi parlava del Suo lavoro; alle inconsulte parole d'incoraggiamento e di speranza, che con voce rotta e sommessa gli rivolgevo, mi zittì con un gesto rapido mentre negli occhi appariva un lampo di supremo sconforto.
Troncate nel fiore degli anni, la Sua vita e la Sua attività non saranno state spese invano perché la Sua memoria rimarrà viva nei pochissimi discepoli e parleranno ancora, agli altri, per Lui, le Sue musiche.

[IL MUSICISTA, Organo Ufficiale del Sindacato Nazionale Fascista Musicisti, gennaio 1939]


ROMA - Napoli, 12 Dicembre 1938 - VII

SAVERIO PROCIDA

UNA PERDITA PER L'ARTE: MARIO PILATI

Soltanto a leggere nei dizionari di musica la produzione di Mario Pilati, nessuno crederebbe che questo maestro d'eccezionale ingegno e di più eccezionale laboriosità avesse passato di soli due mesi il trentacinquesimo anno di età!
Mario Pilati non ha mai lasciato inoperosi l'intelletto e la mano. Ha nutrito - quasi col presentimento che il tempo gli fosse concesso ad usura, col pugnale alle spalle, da un destino implacabile - una mente lucida, una fantasia elegante e arguta, un cervello accessibile alle più svariate forme di cultura, dalla letteraria alla musicale, così ch'egli divenne presto scrittore garbato e nitido mentre attendeva agli studi più severi e approfonditi della scienza che lo condusse giovanissimo sulle cattedre di maggiori responsabilità, dal contrappunto all'alta composizione.
Qualche anno di prove vittoriose e l'allievo prediletto d'Antonio Savasta gli sedette quasi accanto, nel Conservatorio di Palermo, come insegnante d'alta composizione. La sua fu una carriera alacre, brillante, battagliera, che non ebbe posa, stanchezza, necessità di soste, isolamenti di artista nella inflessibile assiduità del didatta perfetto. Un concorso e una Sonata, un libro sul «Fra Gherardo» di Pizzetti e un «Quintetto» per archi e piano, che fu affermazione di genialità fresca e di ricercatezza sottile anche all'Estero e la conquista solenne del posto eminente con titoli di vera importanza culturale, al Conservatorio di Napoli (1930: a ventisette anni!).
Prima e dopo la vittoria, il lavoro s'accavalla. Ora sono la più ariosa musica d'orchestra, ove il gusto è fortificato da una vena maliziosa, ed un geniale «Notturno» e la trascrizione per pianoforte di opere del Pizzetti del Montemezzi, del Vitellini, la Sonata per violino e piano e una Sonatina per flauto, la «Canzone a ballo» ed il Cantico augurale a Pizzetti, la cui arte l'aveva sedotto fin dal tempo dei banchi di scuola, le «Canzoni madrigalesche» e i due madrigali a 4 voci, arte campestre che rispondeva al temperamento leggiadro d'un maestro che amava sorridere mentre la falce già si preparava a calar sul suo collo. Un «Salmo» e un fascicolo di Fughe e Fughette si alternano a un «Dialogo di marionette», mentre lavori di maggior lena sono in telaio ed attizzano il suo ingegno sinfonico, che or sono due settimane - e i lettori ricorderanno con quale emozione io parlai del Concerto che Weingartner gli diresse al Conservatorio procurandogli l'ultima gioia di sua vita - fu consacrato dal trionfo di un gran pubblico nella presentazione d'un insigne e venerando direttore tedesco.
Produzione varia, dicevo, quella di Mario Pilati, mai di ritorno su se stessa, di fervida ricerca, di fonti popolari che si levano poi, a traverso l'elaborazione ingegnosa, a un carattere di fisionomia personale. Perché [...] co della banalità e del vieto - una impronta, una cifra, un segno della sua personalità in fieri, anche se nella radice spuntasse la derivazione, l'influenza intellettuale; l'affinità cori spiriti maggiori, che su lui operavano inavvertitamente, ma alla cui dolce tirannia intendeva sottrarsi.
L'eleganza adornò sempre l'opera della immaginazione di questo giovane raffinato, che si levava sugli altri per una tenace incontentabilità, la quale, mentre non lo risparmiava al travaglio interiore, lo spingeva alla pulizia del componimento, agli arguti ornati della grazia decorativa, alle finezze armoniche, di cui le ultime composizioni, sopra tutto, sono una miniera.
Io ricordo, nel tempo in cui batteva alle porte della sua fantasia lo spirito del nostro popolo, ch'egli che già aveva tentato piccoli saggi vernacoli con la «Lettera amorosa» pensata a un libretto napoletano per un'opera gioconda e sentimentale.
Libero Bovio gli aveva promesso di approntargli. In quel tempo (abitava anche al Vomero, dove [...] in una minuscola casetta che sembrava la «Boite à joux-joux» di Debussy) Pilati amava il fiuto dell'aria di collina, la tenerezza della luce, quella chiarezza orientale della nostra primavera, ove sembra si forgino le parole d'amore del nostro popolo. E la vedeva, dalle finestre fiorite della sua abitazione, accanto al suo ultimo nato, la luce impalpabile che doveva passare nella sua [...] corettini d'ambiente, nei suoi duetti d'azzurro e di verde, che [tralucevano?]dagli occhi aguzzi e maliziosi. Il male già si era impossessato di lui e la parata dei fiori sul terrazzo e il filo d'acque traslucide che saliva dal golfo come a lenirgli il morso della mala bestia che gli addentava il fegato, vincevano, ancora, sullo spirito dell'artista in attesa d'ispirazione e frenavano le sofferenze dei corpo, un tantino emaciato. M'illusi anch'io, in quel pomeriggio musicale nella «boite à joux joux», che il male che il non fosse tanto grave quanto i medici sospettavano. La luce della collina passava sulla fronte del giovane Maestro. Egli era impaziente di mettersi al lavoro. E confidenzialmente insistette: «Pregate anche voi Bovio di terminarmi il prim'atto. Penso che un'opera modernamente intesa a riprendere le linee innocue del nostro melodramma giocoso con i colori vivissimi dell'orchestra d'oggi, possa farsi con vantaggio. Non credete?
E già le mani - nervosamente, condotte per istinto sulla tastiera - disegnavano ghirigori, stralci d'ariette, tentavano accordi popolareschi, che avrebbero più tardi preso forma concreta su ritmi salienti dal golfo, salienti verso di noi, che ne assaporavamo, dal poggio quasi a livello di San Martino, la salsedine.
Pomeriggio soave della collina odorosa, tu c'immettevi, con suggestione napoletana, nel clima d'una musica trasparente, fra nuvolette d'arancio e d'oro in istato di grazia, in pienezza di melodia, col sole calante che carezzava perfino l'occulta insidia nascosta nelle visceri dell'artista rapito dal suo sogno azzurro.
Le dita del Maestro seguitavano a modulare, a cogliere colori, ad accostarsi alla voce che dal mare ci mandava il suo effluvio indistintamente, quasi a farsi indovinare, completare, realizzare.
Chi avrebbe potuto pensare, in quell'incanto dell'ora vespertina, in quel tenero torpore di maggio, che l'avvoltoio delle vendette di Giove già s'accostasse al fegato del giovane Prometeo a distruggerne l'orgoglioso disegno di strappare un canto, un divino canto alle sirene della favola, eternalmente custodi d'un segreto musicale, nel quale Pilati, come tutti i poeti di questa nostra terra inesausta, credeva più che nelle complesse architetture della scienza del Contrappunto?
E l'avvoltoio ha tutto divorato, spietatamente, procedendo senza sostare un minuto, neppure quando, due settimane or sono, il povero Mario, l'orecchio attaccato alla membrana del telefono, tentava d'accostarsi alla musica direttagli da Weingartner, piena di vita - essa! - e di clangori festosi, che affermava, in quel finale salubre e ricco del «Concerto», la bellezza della gioia, il ritmo della danza e della giovinezza combattente, mentr'egli, l'artista dolce e illuso, moriva.


GIUSEPPE PONZ DE LEON

PANORAMI MUSICALI: MARIO PILATI

Non è stata la recente morte improvvisa e immatura di Mario Pilati che mi ha spinto a scrivere di lui e della sua opera, come quasi sempre succede. Essa soltanto avrà influito a permeare questo breve profilo di un rimpianto sincero della sua breve vita, di un desiderio stroncato per le cose che ci aveva promesse.
Da tempo infatti avevo accarezzato l'idea di includere in questi miei panorami musicali un articolo, sia pur breve, sull'attività artistica di questo giovane già affermato musicista che la morte ha voluto carpire proprio quando incominciava a delinearsi la sua spiccata maturità di arte.
Non dunque commemorazione, ma esaltazione piuttosto di ciò che di lui è rimasto e forse ancora più di ciò che ci era dato intravedere.
Non compito certo facile dato che non ci è stato concesso di vedere che solo il punto di partenza e poco del graduale sviluppo subìto dal suo ingegno musicale. Ma prima di parlare della sua breve per quanto intensa attività creatrice, non posso far passare inosservato un lato della sua vita d'artista: quello dell'insegnamento. Inteso questo, come lui lo intese, nel suo più alto significato di missione e più ancora di scopo di una intera vita. E lascio qui la parola ad uno dei suoi più valorosi e prediletti allievi, ad Orazio Fiume che così scrive con mano tremante per la commozione: «Io che sono stato il suo allievo ho avuto la inestimabile fortuna di entrare in pieno in questo suo mondo morale ed artistico sopratutto perché essere allievi del Pilati significò vicinanza continua ed assoluta, con lui, in rapporti di calda comprensione: rara fortuna in questa nostra seconda crescita una guida che riunisca in sè non solo le umane esigenze di affetto ma anche l'intelligenza chiarificatrice delle ansie e delle speranze nostre... («Il Musicista» Genn. 1939).
Fu infatti il Pilati professore di armonia e contrappunto a Milano poi al R. Conservatorio di Napoli (1930-33), poi a quello di Palermo ed era ritornato ad insegnare a Napoli in quel Conservatorio che lo aveva visto quindicenne studioso sotto la guida preziosa di Antonio Savasta.
Ha lasciato in verità ben poco il Pilati ma, credo, sufficiente a far parlare di lui con piena coscienza e a metterlo fra non certo i minori nella moderna scuola musicale italiana. Anche lui nel breve volgere degli anni era andato con ricerca affannosa e, direi affrettata a cercare la sua personalità artistica riuscendo non senza fatica a liberarsi a poco a poco di tutte le scorie di inevitabile e forse istintiva imitazione o meglio assimilazione tanto facile a riscontrarsi nei giovani. Il progresso fu celere.
Liberatosi infatti da quel tanto di francese anzi, per essere più precisi, di ravelliano, che si riscontra nella «Suite» per archi e pianoforte e nelle due canzoni spagnole, accettando ma non più subendo l'influenza del Pizzetti il cui credo artistico aveva trovato in lui il più entusiasta discepolo, egli ben presto era riuscito ad evadere dalle pastoie scolastiche per librare il suo canto nelle infinite regioni della melodia, nella libertà più assoluta della mente giovane e geniale.
Il suo maggior periodo di creazione sonatistica va dal «Quartetto» alla «Sonata» per violino, a quella per violoncello, al «Quintetto» per archi e pianoforte con cui si era affermato nel mondo musicale essendo stato premiato al concorso «Rispoli» del 1928. Mentre l'anno prima nel concorso «Coolidge» era stata premiata la sua «Sonata» per flauto e pianoforte. Col «Quintetto» il Pilati riesce finalmente ad essere personale, non solo, ma a dare l'espressione del suo mondo intero, espressione che più tardi troverà piena estrinsecazione quando la sua tendenza artistica sarà spontaneamente e forse istintivamente orientata verso l'impressionismo e più ancora verso il folclore di cui il musicista aveva sentito l'eco vibrare nel suo animo. Vi è infatti, qualche cosa nel «Quintetto» che risente del soggiorno lombardo del Pilati. Qualche cosa di indefinito - vago ondeggiare di canti popolareschi della Lombardia -, che dirà la strada da percorrere. E che percorse in parte, quel tanto che il suo crudele destino gli permise.
Dove trovare migliore ispirazione se non nella sua Napoli in cui era nato e cresciuto? Dove attingere migliore melodia se non dalla sua voce del popolo partenopeo eternamente romantico e cantore? E nasce così l'opera sua migliore, la pagina più bella forse della sua carriera d'artista: Il «Preludio, Aria e Tarantella». Originariamente per violino e pianoforte, fu dallo stesso Pilati stesa in veste orchestrale ed eseguita per la prima volta all'«Augusteo» da Victor De Sabata.
Il «Preludio» è una rievocazione di Napoli vecchia, con tutto il suo colore, col suo vociare melodioso, con le sue nenie, con le sue grida. Al violino che insistente cadenza un ritornello, risponde tra la colorita istrumentazione il violoncello il cui canto veramente appassionato costituisce tutto il nucleo centrale del pezzo.
L'«Aria» ha qualcosa di più patetico. È Napoli con le sue canzoni più belle che vien fuori in un canto che sa di barcarola.
Segue tumultuosa ma chiara la «Tarantella», l'ultimo pezzo, il più coloristico di questa che possiamo chiamare «Rapsodia napoletana».
Trovata così la fonte di ispirazione, il Pilati, senza più l'assillo tormentoso della ricerca di se stesso, iniziò il lavoro che forse lo avrebbe reso veramente celebre. Un dramma cioè di ambiente napoletano dove il suo estro avrebbe dovuto incapsulare l'anima del popolo e più ancora tutta la lirica bellezza di Napoli.
Ma non fece a tempo. Solo il primo atto fu finito nella bianca stanzetta di una clinica, poi la morte. A trentacinque anni. Nel fulgore più pieno del cielo bellissimo di Napoli incantevole.