UGO SESINI

COMMEMORAZIONE DI MARIO PILATI
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Ieri la Camerata Napoletana ha commemorato nella sua sede, alla storica Sala Maddaloni, Mario Pitati. Per onorare il nobile Artista scomparso vogliamo riprodurre integralmente il discorso tenuto dal prof. Ugo Sesini, bibliotecario del nostro Conservatorio.





Questa riunione nell'originario proposito di chi da tempo la preparava, avrebbe dovuto essere un concerto-profilo di compositore vivo e presente. Destino ha voluto che diventasse invece «commemorazione» di musicista, sì ben presente in spirito, ma purtroppo anzi tempo strappato alla vita ed all'arte. La Camerata Napoletana che lo ebbe fra i suoi iniziatori, fra i sostenitori più attivi, più fervidi e fedeli, a buon diritto ritiene riservato a sè l'onore di essere la prima istituzione in Italia che commemora, in pubblica cerimonia, il maestro scomparso.
Si celebra dunque oggi, qui, un vero e commosso rito; siamo tutti venuti a porgere un religioso tributo di ammirazione e di pietà all'ingegno ed al destino di un giovane artista, egli pure come troppi altri, «caro agli dèi». Note sono, e le vicende biografiche, e la rapida sicura ascesa, e le vittoriose affermazioni di Mario Pilati.
Uscito ventenne da S.Pietro a Maiella nel 1923, altrettanto versato nella creazione che nella didattica musicale, in pochi anni tenne cattedre importantissime in varii istituti, sino a giungere a quella di composizione nel Conservatorio di Napoli. In pari tempo, con sorprendente attività, egli produsse una copiosa mole di lavori, fra editi ed inediti. Ma di ciò che è stato Mario Pilati parla compiutamente la sua musica, della quale udremo fra breve la insostituibile voce. Non voglio ripetere, con parole diverse, ciò che già fu detto in giornali e in periodici. Altro è il mio proposito.
Noi ci troviamo innanzi ad una forza creatrice spezzata, ad una voce che solo in piccola parte ha potuto dire ciò che accoglieva nel petto; ci troviamo innanzi ad un rigoglioso germinare di nuovi frutti che non matureranno più. Questo è il lato veramente, crudele di un tal destino: su questo il pensiero nostro si raccoglie.
Noi piangiamo, più ancora che l'artista quale esso fu, l'artista quale sarebbe stato, e doppio ne risulta il dolore. Credo, allora, che modo più intimo e più degno si offra a noi per ricordare lo scomparso e per evocarne lo spirito. Tentiamo di spingerci col pensiero nostro oltre la terrena vicenda interrotta. Tentiamo, quasi un viaggio ideale nel futuro di un'anima quasi divina adempiendone i voti, le aspirazioni, l'opera medesima dalla morte troncata!



Sul Mario Pilati rimasto proteso verso il futuro; sul Mario Pilati delle opere che ancor nessuno conosce, e delle opere che attenderanno per sempre la loro perfezione, mi soffermerò brevemente.
È augurabile vicino assai, il giorno in cui tutta questa creazione di una maturità artistica sia coordinata, completata, tradotta alla vita del suono. Ma è anche giusto e doveroso che il pubblico sappia subito sin d'oggi, quanto maturava nell'animo dell'artista scomparso.
Molta è la musica inedita che il vigile amore della vedova custodisce; di tal musica la maggior parte è compiuta, null'altra attende che, l'esecuzione e la stampa.
Così il Quartetto in La che verrà presentato nella prossima Mostra Nazionale di Firenze; così il Poemetto lirico Amore, su versi del Cardarelli, composto per un originale complesso fonico che associa alla voce i timbri più profondi e caldi degli strumenti a corda. Anche di questo poemetto è prossima l'audizione.
Ma d'una cosa più gelosa voglio parlare: del lavoro che fu passione, l'assillo, l'estrema pena del defunto maestro: l'opera.
Mario Pilati, come la maggior parte dei mostri giovani compositori, viene dalla tendenza strumentale.
Una certa riluttanza al teatro fu stato d'animo diffuso e, sino a qualche tempo fa, dominante.
D'altra parte il Pilati aveva anche un ben dlfficìle ed aristocratico concetto sulla dignità artistica della creazione teatrale.
«L'opera, - sono sue parole - quella che veramente vale la fatica di scrivere, quella in cui si riesce veramente a dire tutto quello che si ha da dire... non può essere cercata al di fuori di noi, deve venire in cerca di noi, impossessarsi di noi in maniera esclusiva ed imperativa.»
Nell'attesa di questo felice incontro fra l'opera ed artista, il nostro compossibile: nell'oratorio.
Esiste infatti un precedente drammatico nella produzione sua, e risale ad alcuni anni fa. Ma tale precedente si concretò nella forma meno teatrale possibile: nell'operatorio.





È questo Il battesimo di Cristo, dall'autore delinito «epìsodio evangelico». Verrà rappresentato a Palermo, in Monreale, nella Settimana di musica sacra. Questo «episodio», quanto alla forma è concepito entro allo schema tradizionale dell'Oratorio; quanto alla materia musicale è ovvio che l'autore si muova in una atmosfera sonora già consacrata da precedenti esperienze stilistiche.
Affiorano e ricorrono quegli andamenti salmodianti d'un certo sapore liturgico ed arcaico, i lunghi pedali, insomma quell'estetica sonora che si potrebbe avvicinare in qualche modo ad un raffinato misticismo, un po' di maniera, già apparso nella letteratura.
Dopo questo notevolie saggio, l'autore si raccoglie e vigila in quella pronosticata attesa dei grande incontro: l'incontro con l'opera.
Nuove tendenze maturano in lui nel frattempo.
Si fa strada, nella coscienza sua, un sano bisogno di unità; ossia il bisogno di essere una cosa ed una cosa sola, pur avendo l'animo aperto a tutti i richiami dell'intelletto: «essere soltanto musicista».
Quindi assistiamo ad un progressivo abbondono di tutte le attività secondarie e multiforme: critica, polemica, cultura ufficiale. Attività interessanti, ma dispersive. Però il rivolgimento è anche più profondo, e tocca e modifica non soltanto l'attività esterna del musicista; per l'opposto sembra, un po' alla volta, incidere anche sulla sua personalità più intima; in una parola sullo stile musicale medesimo. All'abbandono di quella certa effervescenza intellettualistica s'accompagna un concreto bisogno, dirò così, di sanità musicale. Al raffinato, sottentra il solido, il piano.
Una siffatta, istintiva ricerca di sanità musicale avvia il compositore verso un terreno dove meno hanno potuto allignare le piante di serra, dove il linguaggio è nativo e si evolve per lenta forza propria; dove loquele ermetiche non attecchiscono.
L'orientamento istintivo del nostro compositore è aderente alla realtà. Per ritrovare quel linguaggio egli ha bisogno di trovarce, prima, un nuovo mondo che tal linguaggio possieda e giustifichi. Per poter parlare un dialetto vivo e sostituirlo ad una lingua letteraria, inevitabilmente artificiosa, è pur necessario scendere a conversare con chi in tale dialetto si esprime.
Ecco quindi che si viene a scoprire qui quel legame e quella interferenza morale e sociale a cui anche il puro fenomeno artistico non può sfuggire. Mario Pilati intuiva la realtà d'un tale legame. Fortuna volle che egli, per natali, per inclinazione, per circostanze, trovasse in sè ed intorno a sé cio che gli abbisognava.
«La mia qualità di napoletano, egli lasciò scritto, l'incanto di Napoli, il fascino del suo colore e dei suoi canti mi hanno presto fatto volgere verso la composizione di musica di ispirazione folcloristica, intesa nel senso di una ricreazione e non di una riproduzione o elaborazione di temi napoletani già esistenti; e così ho scritto pezzi sinfonici, musiche per canto ecc. ecc.
Da questo, all'idea di portare tutto ciò in una forma più vasta e completa, ossia il teatro, il passo è stato breve.
Così mi è nata l'dea di un'opera napoletana, oltreché nel soggetto, nelle parole e nella musica.»
Altri tentativi di altri musicisti avevano preceduto questo proposito del Pilati. Ma di quei tentativi egli colse subito il lato occasionale, la convenzionalità, il tritume oleorafico. Comprese sì la grande seduzione, ma anche il grande pericolo del suo disegno: diede immediatamente ad esso impostazione nuova e spirito nuovo.
«A me occorreva», egli continua, «che Napoli fosse presente, tutta vivente di vita esclusiva, in una sola opera: quindi mi abbisognava non un soggetto che avesse Napoli per ambiente e che gli attori di una qualunque vicenda per protagonisti, ma perfettamente il contrario: Napoli protagonista e gli attori, la vicenda, tutto il resto, in funzione di questo unico protagonismo!!»
Ed ecco il nucleo di questa originalissima creazione:
Tre atti, tre quadri di vita napoletana, colta nei suoi aspetti principali e più caratteristici: il primo, nel cuore della città; il secondo a Santa Lucia nell'antico borgo,marinaro: il terzo, a Piedigrotta.
Epoca: la Napoli ottocentesca di re Bomba.
Il titolo: «Piedigrotta», nome fatidico in cui si compendia tutta la passione canora di Napoli.
Argomento: ia rivalità fra i quartieri cittaadini e quelli marinari per contendersi la palma nel supremo torneo della passione canora popolare, a Piedigrotta. Insomma, una gara di maestri cantori napoletani, intrecciata da una vicenda amorosa, ai piedi del Vesuvio.
«Alla fine tutto si risolve in una comune apoteosi di Napoli nella sua bellezza eterna, città o marina che sia, cittadini o marinai che siano, ed in una celebrazione del suo canto che non muore mai.»
Questo è, in breve l'ordito che alla estrema fatica sua Mario Pìlati diede.





Ho avuto la fortuna di scorrere le pagine di una tal composizìone. Penso che parlarne sia doveroso tributo alla memoria delio scomparso.
La chiarezza del linguaggio musicale, la verità e l'appropriatezza degli accenti si impongono con tale evidenza persuasiva, per cui chi ascolta viene dal bel principio attratto in quell'orbita sonora.
Chi ascolta, sente che la parola è originale, inconfondibile, che non assomiglia a nulla di precedente, ma sente pure la «lingua materna»; ritrova tutti gli echi e tutte le risonanze a cui ci si supponeva oramai estranei inesorabilmente, da cui un credo artistico, certo assai arbitrario, voleva e vorrebbe per sempre escluderci.
Ed allora è proprio questa la tradizione creatrice: questa è la via viva dell'arte. Quando nulla di speciosamente inconsueto rivelano i materiali artistici, quando gli espedienti tecnici sono quali ognuno può avere a disposizione, ma per l'opposto noi sentiamo qualche cosa di diverso, di non detto prima, che alita entro la nuova opera, allora l'artista ha «creato», allora l'arte ha compiuto un passo verso l'avvenire: senza saperlo, senza averne il deliberato proposito!
Tale, su chi ascolta, l'impressione che doma l'ultimo lavoro di Mario Pilati.Quale via egli aprissee così innanzi a sè, lascio giudicare a voi indicare a voi.
Ma il destino fu cieco e crudele, almeno un legittimo voto ci venga esaudito: quello di veder vivere la creazione che tanto amore,tanta fatica e tanto dolore costò all'artista.
Ed ora, con la fede che questo suo ultimo viaggio d'arte non sarà perduto, senza turbare il religioso silenzio vostro, accostiamoci ad udire un voce più degna e vera, una voce che, non in aride parole, ma nella profonda ed infinita espressione dei suoni dirà a noi quello che era l'artista scomparso, quello che di lui, oltre la troppo breve vicenda, continua a vivere.

IL CONCERTO

Il concerto commemorativo di Mario Pilati, organizzato con tanto nobile fervore della benemerita Camerata napoletana, alla quale il compianto, maestro aveva aderito tra i primi, è riuscito una degna, commossa manifestazione di arte.
Giuseppina de Rogatis e Tina de Maria hanno interpretato la forte e originale Sonata in fa con senso di profonda penetrazione. Alla pagina che attraverso uno sviluppo complesso, quasi ermetico, attinge ad un così alto fervore lirico, da far stupire che la composizione sia l'opera di un ragazzo di 23 anni, le due nobili interpreti hanno dato una mirabile vita interiore, smaterializzando il suono e portandolo sul piano della espressione. Segnatamente la seconda parte dell'adagio e il dinamico, intenso ultimo tempo hanno avvinto l'uditorio che ha espresso con lunghi applausi la sua approvazione.
Elena Ridolfi, la valorosa cantante tanto sovente festeggiata dal nostro pubblico, ha con tanta acutezza, penetrato l'intimo senso delle squisite liriche di Mario Pilati.E del risultato ottenuto è stata preziiosa collaboratrice Maria Locascio, che ha accompagnato al piano col consueto, valore.
Le due artiste sono state assai calorosamente applaudite per questi Echi di Napoli.
Il Quintetto in re, ch'è una delle più forti pagine del Pilati, e una delle più espressive apparse in Italia in questi ultimi anni ad opera di giovani, ha avuto nella De Maria e nel Quartetto napoletano, composto da Giuseppina de Rogatis, da Alberico Valente, da Salvatore Scarano e da Ugo Ajello, esecutori animati da alto spitito d'arte che hanno reso in bella fusione ed espressività di colore e di ritmo, i quattro tempi. Calorosissimi applausi hanno coronato il fraterno omaggio del complesso istrumentale all'artista che ad esso aveva dedicato il suo Quintetto.
Alla benemerita Camerata sono giunti telegrammi di solidarietà dall'On. Pavolini, Presidente della Corporazione Professionisti e Artisti; dal Gr. Uff. Cornelio di Marzio, Direttore generale della Corporazione stessa, dall'On. Adriano Lualdi e da moltissimi musicisti italiani.
Alla manifestazione sono intervenuti i rappresentanti di S. E. il Prefetto e del Podestà; tutti gli insegnanti del nostro Conservatorio e i dirigenti di tutti i Sindacati dipendenti dalla Corporazione. Il Federale era rappresentato dall'On. Maffezzoli. L'appello fascista del giovane ed illustre compositore scomparso è stato fatto dal Segretario del Sindacato musicisti.