ALCEO TONI

MARIO PILATI






Trentacinquenne, in piena scesa artistica, sul punto di cogliere la più decisiva vittoria della sua carriera musicale, quindi destinato sicuramente alle più belle e solide affermazioni dei sinfonismo italiano.
E si è spento, vinto da un male crudele ed atroce. Che desolazione!
Ancora una volta ci tocca di dover confondere i nostri intimi sentimenti personali coi sentimenti artistici che animano e determinano, anzi, le nostre convinzioni e ragioni critiche. Non per il solo caso di un lutto così doloroso che ispira tanta pietà, ma anche per un fatto di amicizia e di simpatia spirituale.
Noi ricordiamo d'aver conosciuto Mario Pilati nel '27, alla vigilia della prima Mostra dei '900 musicale, (Mostra e '900, titoli usati per analogia, epperò con approssimativa proprietà tecnica e storica). Venne da noi ansante e sudato per aver salito di corsa i quattro piani della nostra casa. Aveva da chiederci di poter partecipare e quella Mostra pur giungendo, come giungeva, in ritardo, contro ogni diritto regolamentare. Giovane e sconosciuto, ebbe per noi il fascino di un'anima ingenua e lo stimolo della curiosità. C'era una luce dolce nei suoi occhi azzurri, un riflesso di vita buona e pura. C'era nel suo parlare non timido, ma discreto e accorato, ribattendo le ragioni che di opponevano all'accoglimento dei suo desiderio, un'ansia di fervore artistico semplice e appassionato. Volle mostrarci un suo lavoro chiedendoci insistentemente di ammetterlo alla Mostra. Era la «Suite» per pianoforte e orchestra d'archi.
Non parteggiavano per questa musica i nostri gusti artistici, o meglio, non aderiva ad essa la nostra sensibilità. Ci parve musica secca, strutta, ossuta, senza polpa sentimentale, in prevalenza ritmica - in opposto a melodica - con ricerche timbriche, come si usava e si diceva allora, più che coloristiche. Ma musica era, nel senso fisiologico e fisionomico: che rispondeva alle esigenze della costruzione sinfonica, secondo la logica formale dello sviluppo dialettico e la plastica del pensiero melodico. Musica: cioè ritmo e motivo, e ritmo nel motivo stesso: carattere ed espressione nel ritmo e nel motivo fusi insieme, e nel loro conseguenziale procedere ed evolversi.
Ci sentimmo di difenderla egualmente e la difendemmo. Potevamo onorarla anche se non riusciva a toccarci l'anima. Bisognava e dovevamo anzi ammetterla all'onore di quella singolare esibizione per rappresentare uno spirito artistico in formazione, un giovane bene avviato all'arte musicale per doti sue naturali e per virtù acquisite. Il verbo dei più, nell'ultimo decennio passato, non si rifaceva al barbarismo e al decadentismo dilagante: alla vacuità e snervatezza dei colorismo crepuscolare, alle cacofonie atonali, pluritonali degli avveniristi negatori sistematici di ogni tradizione e
dell'immanenza dello spirito artistico? In Mario Pilati non si doveva vedere, cosciente o incosciente, la inevitabile reazione dei più giovani? Un musicista istintivo, attaccato al senso fondamentale, invariabile e indistruttibile della musica: un musicista di domani?
Male non ci affidammo. I responsi di Bologna ce lo provarono. Mario Pilati entrò nella sfera delle nostre simpatie personali e artistiche, e fu così che potemmo comprenderlo fra un gruppo di musicisti pei quali una Casa editrice italiana chiese come la semente per un proprio catalogo di musiche da camera e sinfoniche: le opere iniziali di esso. Il Pilati scrisse, per tanto il «Preludio», «Aria e Tarantella», la composizione forse più significativa di queste, certo la più fortunata, che trascritta per orchestra, felicemente, ottimamente, fu uno dei migliori successi ottenuti all'Augusteo nell'anno passato, ed è destinata a larghe fortune concertistiche.
Non siamo indotti a dirlo da un certo immodesto compiacimento, da una specie di millanteria più o meno nascosta, ma ci pare che sia proprio da questo lavoro che la individualità musicale del Pilati prenda corpo aggiungendo carne all'osso, per rimanere nella metafora più sopra usata. Qui ha visto dentro di sè le forze migliori e maggiori dell'essere suo musicale, e sa ora come procedere per conquistarsi. Devierà talvolta - e chi non ha deviato cercando; il proprio cammino nel dedalo che tante estetiche e tanti disparati indirizzi artistici son venuti costruendo? - ma procede verso la sua strada maestra nella quale è oramai calamitato.
Napoletano di nascita, di spirito e di passione, napoletano senz'enfasi verbale, senza ridondanze sentimentali, riservato, anzi, per quanto gentile e affabile con spontanea naturalezza, vinse in lui, sempre, la sua natura.
La sua musica aspirò alla luce, alla chiarezza lineare, all'espressività passionale. Aspirò e concluse. Non hanno importanza certe sue figliazioni spurie, intendiamo i «tre canti napoletani» scritti secondo una stilizzazione deformante alla moda straniera. Nemmeno contano taluni sconfinamenti pizzettiani, pei quali pizzettiano fu creduto e si volle che fosse.
Popolaresco senza sdilinquimenti raffinati, sentimentale senza languori patetici, lontano dall'arcaismo gregoriano, Mario Pilati riflette nella sua musica più il sole, sia pure non infuocato, della sua Napoli, che le morbidi e languenti luci di un tramonto autunnale del nord.
Educato classicamente, abilissimo nel maneggiare contrappunti e nel dar sesto formale al suoi pensieri, costruiva saldamente, con larghezza di disegno, vario, colorito. Non offenderemo la sua memoria con le esaltazioni delle necrologie iperboliche. Mario Pilati non aveva aperto le porte dell'avvenire musicale tanto perseguito ed atteso, e forse non era destinato ad aprirle.
Musicista squisito, d'alta levatura, essenzialmente o per lo meno tutto tendenzialmente italiano, fu un annunciatore, un garante del nostro domani. Amò e onorò il passato, sempre, apertamente, esemplarmente, ma credette all'avvenire propiziandone l'avvento. Non per nulla aveva divisato una ristampa del Trattato di Contrappunto del Padre Martini aggiornato da postille e osservazioni proprie. Non senza inclinazione e volontà amorosa occupò cattedre scolastiche a Palermo e a Napoli, in quei Regi Conservatori, di armonia, di contrappunto e fuga e di composizione.
Bisogna piangerne la morte anche per questo. (Di maestri per vocazione e per missione quanti ne occorrono e ne restano?). Ma non per questo soltanto.
Lo ricordiamo all'ultimo Festival musicale di Venezia. Aveva partecipato a quella rassegna con un'opera sinfonica di gran mole. Era stato giudicato e applaudito con simpatia e ammirazione. Non riusciva però a godere di questo, come avrebbe dovuto e potuto. Il male che lo minava e lo torturava aveva lasciato segni devastatori nel suo fisico. Dimagrito da essere ridotto uno scheletro, gli occhi un po' fuori dell'orbite, come spaventati e violentati dallo sforzo di sopportare tanto dolore, parlava col respiro grosso, tristemente, forse presago della sua fine. Ricordava i lunghi mesi della sua malattia. Pensava alle cure a cui doveva sottoporsi, ansioso di leggervi in volto la sfiducia stessa ch'egli aveva. E gli scendevano dagli occhi le lagrime.
L'orgoglio dell'artista ci parve lontano, spento. Non viveva e non soffriva in lui che l'uomo. Non paventava forse di dover lasciare indifesi e poveri tre figli o una giovane sposa?
Ah! quanto dolore pur nella sola scomparsa della sua persona!